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CONVERSAZIONI SUL BENESSERE AL LAVORO

PARTECIPAZIONE GRATUITA previa registrazione







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    Acconsento a ricevere comunicazioni informative e promozionali relative a future iniziative formative organizzate da ISMO Srl e INTER-ACTION di Carla Mammone

    ISMO e INTER-ACTION di Carla Mammone presentano “Conversazioni sul benessere al lavoro”, un ciclo di incontri online.
    Il primo appuntamento è in programma il
    29 ottobre 2026 | 12:00–13:00 | Piattaforma Zoom

    Età, valori, generazioni al lavoro: Giovani e “Giovani dentro” tra criticità, rischi e opportunità

    Nel mondo del lavoro tutto cambia e in fretta. Tu sei pronto a guidare la trasformazione?
    Se sei un HR, un HSE Manager, un Dirigente o un Datore di Lavoro, sai bene che l’innovazione tecnologica, l’evoluzione normativa e dei rischi, le diverse esigenze, i bisogni e le aspettative dei lavoratori e delle nuove generazioni stanno ridisegnando i valori aziendali, le regole della salute e sicurezza e del benessere sul luogo di lavoro.
    Il tuo ruolo oggi richiede abilità, competenze dinamiche e una visione d’insieme mai avuta prima.
    Questo webinar è lo spazio in cui le tue idee ed esperienze incontrano quelle di altri professionisti: un dialogo strategico per trasformare la complessità di oggi in risposte concrete, piani formativi e soluzioni operative innovative con al centro il valore delle persone.
    Partecipa per anticipare il cambiamento, non subirlo!

    Con la partecipazione di:
    Giovanna Garuti – Partner ISMO
    Carla Mammone – Founder INTER-ACTION
    Andrea Pallante – Partner ISMO

    Un’iniziativa promossa da:

    e

    IL VALORE DELLA LONGEVITÀ NEL MONDO DEL LAVORO

    9 Ottobre 08:15 – 14:30 Cantina Sociale di Trento

    DALLE IDEE ALLE AZIONI: PER UNA VITA LAVORATIVA SANA E SOSTENIBILE

    L’allungamento della vita lavorativa, la presenza di generazioni diverse all’interno delle organizzazioni e il cambiamento delle esigenze delle persone ci pongono davanti a una domanda importante: come possiamo creare luoghi di lavoro capaci di sostenere benessere, motivazione e capacità di contribuire lungo tutto il percorso professionale?

    L’obiettivo non è solo comprendere il fenomeno, ma iniziare a chiederci: cosa possiamo fare concretamente, nelle nostre organizzazioni, per trasformare la longevità in un’opportunità di benessere e valore?

    08:15 – 08:45 ACCOGLIENZA OSPITI + CAFFÈ DI BENVENUTO
    08:50 – 09:15 APERTURA EVENTO + INTERVENTO MICHELA VIGNOLI Professoressa associata – Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive, Università di Trento
    09:20 – 12:15 WORLD CAFÉ
    4 TAVOLI – 4 ESPERTI – 4 PROSPETTIVE Ergonomia e lavoro · Corpo e movimento · Alimentazione · Leadership e generazioni
    Confronto, esperienze e buone pratiche per trasformare le idee in azioni
    12:15 – 12:25 PROMUOVERE SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO
    IL PIANO PROVINCIALE DI PREVENZIONE E LE OPPORTUNITÀ PER LE AZIENDE | ILARIA SIMONELLI – Sociologa della salute e ricercatrice – Direzione integrazione socio sanitaria, ASUIT

    12:25 – 12:45 FINANZA AGEVOLATA
    STRUMENTI E OPPORTUNITÀ PER SOSTENERE I PROGETTI AZIENDALI | ANDREA GIOVANELLI – Esperto di finanza agevolata – CEO S.I. Studio Giovanelli S.r.l.
    12:45 – 13:30 PAUSA PRANZO E NETWORKING
    Un momento per incontrarsi, condividere esperienze e continuare il confronto
    13:30 – 14:20 RESTITUZIONE FINALE
    DALLE IDEE ALLE AZIONI Gli esperti raccolgono e collegano gli spunti emersi dai 4 tavoli
    14:20 – 14:30 DOMANDE E CHIUSURA EVENTO

    L’evento è a numero chiuso CLIC QUI per ISCRIVERSI

    AI SUL BANCO DEGLI IMPUTATI: PONTE O BARRIERA TRA GENERAZIONI?

    1 ottobre 2025 17:30 -19:00 | SPAZIO IDEA Via Lanzone 36 Milano – Workshop / Experience

    L’AI è davvero una tecnologia generativa o rischia di diventare una nuova fonte di divisione tra le generazioni? In un processo pubblico all’intelligenza artificiale, i partecipanti saranno chiamati a valutare testimonianze e casi reali per stabilire se l’AI favorisca dialogo, apprendimento e partecipazione o se contribuisca a rafforzare stereotipi, incomprensioni e disuguaglianze. Un confronto aperto e interattivo per interrogarsi su responsabilità, bias e condizioni necessarie affinché l’innovazione sia davvero al servizio delle persone, delle comunità e delle organizzazioni

    MI DIGITAL WEEK 2026 | Ingresso libero su prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti | ISCRIVITI

    MI DIGITAL WEEK 2025 | MI DIGITAL WEEK 2024




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      FAVORIRE APPARTENENZA

      di Mauro Montante

      “L’uomo è un animale sociale”. Già nel IV secolo a.C. parlava così Aristotele, ma forse ancora oggi, a distanza di più di 2000 anni, non abbiamo realmente compreso il significato e la portata delle sue parole.
      Sin dalla nascita, l’essere umano è strettamente connesso ad altri individui. Pensiamo alla prima relazione che instauriamo una volta venuti al mondo: il rapporto caregiver-figlio.
      Lo psicanalista Winnicott a tal proposito parla di “dipendenza assoluta” per riferirsi a quella fase di crescita che precede la conquista dell’indipendenza da parte del bambino. In tale periodo la presenza e le cure dei genitori sono assolutamente necessarie per la sopravvivenza e per l’adeguato benessere della prole. Solo dopo si arriverà alla fase in cui il soggetto conquisterà un’indipendenza sempre più completa (Winnicott, come citato in Barbieri, 2009).

      Questa conquista corrisponde all’acquisizione di un totale distacco dagli altri e di una vita assolutamente solitaria? Ovviamente la risposta è no.

      Il motivo principale fa riferimento a uno dei 4 bisogni fondamentali di ogni essere umano:
      il bisogno di esistere, di esserci e di appartenenza, la spinta innata e universale a cercare, formare e mantenere relazioni interpersonali stabili, positive e significative. In poche parole, una vera e propria necessità psicologica indispensabile per il nostro benessere mentale e fisico (Baumeister e Leary, 2017).

      Tutto ciò sussiste naturalmente anche in ambito lavorativo, traducendosi in un forte desiderio di sentirsi accettati, valorizzati e parte integrante di un “noi”. Quando un’organizzazione riesce a soddisfare questo bisogno attraverso il coinvolgimento attivo, avviene una trasformazione cruciale: le persone smettono di percepirsi come semplici esecutori vittime di ritualismo e diventano vere e proprie “co-autrici” dei progetti. Quando le persone sentono di aver contribuito a plasmare un’iniziativa, si genera una naturale “responsabilità diffusa”, poiché il progetto diventa “nostro” e il suo successo si trasforma in un impegno personale e condiviso, diverso da una semplice esecuzione delle mansioni assegnate (Pierce et al., 2001).

      Se la teoria ci insegna che il coinvolgimento genera benessere e risultati, nel concreto, come possiamo coltivare questo senso di appartenenza e co-costruzione nella nostra quotidianità lavorativa?

      Il processo è lungo e non immediato ma sicuramente richiede una precondizione: il passaggio dal semplice trasferimento di compiti ad un approccio basato sulla condivisione del “perché” e del senso del lavoro e della mission dell’organizzazione. Quando un team viene coinvolto non soltanto nella fase esecutiva, ma anche nella nascita e nello sviluppo di un’idea e di un progetto, si innesca una forte motivazione intrinseca. Infatti, le persone tendono ad agire spinti più da un genuino interesse e dalla soddisfazione di veder crescere qualcosa di cui si sentono in parte creatori, piuttosto che da leve esterne, come premi o scadenze (Deci e Ryan, 2000).

      Per favorire questo clima di appartenenza e trasformare ogni collaboratore e collaboratrice in un co-autori e co-autrici, è fondamentale agire su alcuni elementi chiave:

      • Trasparenza e Condivisione: Condividere la visione d’insieme permette a ciascuno di comprendere il reale impatto del proprio lavoro sul risultato finale;
      • Ascolto Attivo: Creare uno spazio in cui ogni voce, indipendentemente dal ruolo o dall’anzianità, possa proporre idee e soluzioni senza il timore di essere giudicata;
      • Valorizzazione dell’Errore: Valutare l’errore come una sfida e un’importante opportunità di apprendimento da affrontare insieme per migliorare il processo.

      Quando smettiamo di essere semplici esecutori e diventiamo co-autori, entrano in gioco due forze che trasformano radicalmente le dinamiche lavorative.

      1. In primo luogo, cambia la natura della motivazione. Quando un compito ci viene calato dall’alto, la nostra spinta ad agire è puramente estrinseca: lavoriamo per rispettare una scadenza o compiacere un superiore. Al contrario, quando siamo coinvolti nello sviluppo di un’idea o di un progetto, si accende una motivazione intrinseca, si investe energia e dedizione perché teniamo genuinamente al risultato di qualcosa che sentiamo, in parte, creato anche da noi. Il successo del progetto, quindi, diventa anche una gratificazione personale;
      2. Di pari passo, si sviluppa una responsabilità diffusa. In un gruppo di meri esecutori, di fronte a un imprevisto è facile dire e dirsi: “Non è compito mio”. In un team di co-autori, invece, questa dinamica scompare. L’ostacolo diventa una sfida collettiva e allo stesso modo la responsabilità del successo (o del fallimento) non pesa più esclusivamente sulle spalle di chi guida il progetto, ma viene distribuita su tutta la squadra. Ognuno si sente in dovere di intervenire, proporre soluzioni e fare la propria parte, proprio perché il progetto non appartiene più “all’azienda”, ma a “noi”.

      Infine, tornando ad Aristotele, se siamo davvero “animali sociali”, la nostra massima espressione si realizza nella sinergia con gli altri. Quando un’azienda riesce a far sentire le proprie persone co-autrici del futuro della stessa organizzazione sta costruendo una comunità quanto più solida, motivata e capace possibile.

      Con le sfide attuali (dalla rivoluzione AI, alle questioni geopolitiche, ecc.), esistono aziende che si possono permettere di avere dipendenti non ingaggiati?

      #AscoltoAttivo #Motivazione #ResponsabilitaDiffusa


      Credits: magnific.com

      QUALITÀ RELAZIONALE E LAVORO AGILE: TRE PILASTRI DA SOSTENERE

      di Matteo Masciale

      Per troppi anni, soprattutto nel periodo successivo alla pandemia, il dibattito sul lavoro agile, sia all’interno delle organizzazioni sia al di fuori della cerchia degli “addetti ai lavori” delle risorse umane, si è concentrato quasi esclusivamente sullo smart working, risentendo di un equivoco di fondo: considerarlo una questione prettamente tecnologica o, al più, logistica.
      Per anni l’attenzione si è focalizzata sulle piattaforme di videoconferenza, sulla qualità e sulla stabilità della connessione internet, nonché sulle condizioni logistiche da garantire negli ambienti domestici. Oggi, anche nel nostro Paese, inizia finalmente ad affermarsi e a tradursi in pratica una consapevolezza più profonda: la transizione verso modelli di lavoro flessibili e ibridi non rappresenta soltanto una sfida tecnica, ma una profonda trasformazione culturale e, soprattutto, relazionale. Lavorare bene nell’era digitale richiede un ripensamento radicale del tessuto sociale aziendale.

      Dal nostro punto di vista, possiamo identificare tre pilastri, la cui forza risiede nella loro interconnessione: la fiducia reciproca, una collaborazione intenzionale e l’adozione di gerarchie leggere.

      Il primo e più rilevante cambio di paradigma riguarda la fiducia. Nel modello tradizionale, il coordinamento si è spesso fondato sulla logica del controllo visivo: il manager verifica la presenza fisica di chi collabora. Nei contesti agili, questa dinamica perde inevitabilmente efficacia. La fiducia non può più essere concepita come un premio da concedere con il contagocce o, peggio, “a minutaggio”; diventa invece il prerequisito fondamentale dell’agire comune. Si passa così dalla cultura della compliance, intesa come obbedienza formale agli orari, a quella dell’accountability, basata sulla responsabilizzazione rispetto ai risultati. In assenza di questo passaggio, l’organizzazione del lavoro agile rischia di degenerare in un pericoloso intreccio di ipercontrollo digitale e micromanagement asfissiante.
      È ormai empiricamente dimostrato che un simile comportamento manageriale produce come principale effetto la distruzione della motivazione individuale e, di conseguenza, di quella dei team.
      Come ci insegna Amy Edmondson, le persone lavorano al meglio delle proprie capacità solo quando si sentono protette e libere di esprimersi, di sbagliare e di innovare, anche e soprattutto al di fuori di forme di controllo di matrice taylor-fordista.

      Questo clima di fiducia costituisce il terreno fertile su cui innestare una collaborazione rinnovata, che nei contesti e nelle organizzazioni agili non può più essere lasciata al caso.

      La collaborazione deve diventare una pratica intenzionale. Cooperare, tuttavia, non significa semplicemente inondare i calendari Outlook di colleghi e collaboratori con inviti a riunioni interminabili, spesso prive di una reale finalità decisionale, attraverso le più diffuse piattaforme di comunicazione. È ormai evidente che l’abuso di tali pratiche nelle organizzazioni genera quasi esclusivamente una profonda stanchezza cognitiva.
      Cooperare in modalità agile, come peraltro ampiamente auspicato e analizzato dal professor Mariano Corso del Politecnico di Milano, significa invece valorizzare la comunicazione asincrona: imparare a redigere documenti chiari e intelligibili, condividere informazioni in spazi accessibili e consentire a ciascuno di organizzare al meglio il proprio tempo. La comunicazione sincrona, in video o in presenza, va preservata e riservata ai momenti a più alto valore aggiunto.

      Nel nostro percorso attraverso i tre pilastri e le loro interconnessioni, non possiamo trascurare il terzo, altrettanto indispensabile: affinché fiducia e collaborazione funzionino, le strutture aziendali devono diventare più snelle. Il tradizionale modello piramidale e burocratico si è dimostrato troppo lento e rigido per rispondere alle nuove esigenze generate dalla complessità dei mercati attuali e dalle circostanze esterne alla vita delle organizzazioni. Abbiamo bisogno di gerarchie leggere e di organizzazioni fluide, all’interno delle quali il manager abbandoni i panni del controllore o del burocrate distributore di compiti per trasformarsi in un autentico facilitatore di relazioni, obiettivi, innovazione e benessere. Si tratta, con ogni evidenza, di una vera evoluzione della leadership manageriale, che abbandona il binomio comando-controllo per adottarne un altro: fiducia-responsabilità.

      Ci piace immaginare, formare e contribuire alla crescita di manager capaci di connettere i diversi punti della trama organizzativa, definendone con chiarezza dimensioni e perimetri, ma lasciando poi alle persone del team la massima autonomia nella scelta del “filo da tessere”.
      Lasciandoci ispirare dalle parole di Frederic Laloux, alla domanda «È possibile reinventare le organizzazioni per progettare un nuovo modello che renda il lavoro produttivo, soddisfacente e ricco di significato?» (Reinventare le organizzazioni, Guerini Next), la nostra risposta è certamente positiva.

      Le aziende che prospereranno in futuro non saranno necessariamente quelle dotate dei software più avanzati o caratterizzate dal maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale a fini decisionali o sostitutivi, bensì quelle che avranno saputo coltivare una solida infrastruttura umana. La fiducia, la libertà e il rispetto reciproco continueranno a determinare, anche nel mondo del lavoro, le ragioni per cui decidiamo di compiere o non compiere determinate azioni e, soprattutto, a influenzarne i risultati, in stretta connessione con il benessere organizzativo. Quest’ultimo non va più considerato una variabile accessoria, ma una vera e propria proprietà emergente dell’intera configurazione del sistema organizzativo.

      #LavoroAgile #QualitàRelazionale #FiduciaOrganizzativa #Collaborazione #LeadershipDiffusa


      TRA UTOPIE E DISTOPIE abitare il possibile

      giovedì 2 luglio 2026 | CASA EMERGENCY
      Via Santa Croce 19 Milano

      In ricordo di Vito Volpe

      uno spazio per allenare la capacità di sognare e costruire futuri possibili, in dialogo con Silvano Petrosino

      H.17.00 – 19.00 (seguirà un aperitivo)
      PARTECIPAZIONE GRATUITA PREVIA REGISTRAZIONE

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        IMPARARE NEL FLUX

        di Michele Macchi e Davide Spanò

        Le tecnologie hanno accelerato i cambiamenti in modo esponenziale, portando a evoluzioni continue e cumulative che ridisegnano costantemente il contesto in cui operano le organizzazioni. In questo scenario, agire nella liquidità non è più solo un adattamento passivo, bensì una competenza attiva: la capacità di ridefinirsi rapidamente diventa centrale per affrontare la complessità e l’incertezza. I modelli di business rigidi e gerarchici, che per lungo tempo hanno rappresentato la struttura portante delle aziende, oggi risultano inadatti nella maggior parte dei contesti. La dinamicità attuale richiede una flessibilità che si traduce nell’importanza della sperimentazione e nella pianificazione di scenari alternativi.

        Solo attraverso questi approcci è possibile mantenere una posizione competitiva e rispondere alle sfide impreviste. Di fronte a questa evoluzione, la vera sfida consiste nello sviluppare capacità di apprendere agilmente. Non basta adattarsi: è fondamentale imparare a cambiare velocemente e a rielaborare continuamente i propri modelli e processi, sfruttando l’esperienza e la conoscenza acquisita per orientarsi nel flusso della trasformazione.

        Fino a qualche anno fa si parlava di VUCA, ora di FLUX: acronimi diversi, ma il contenuto è davvero cambiato? Oggi più che mai, le organizzazioni che desiderano continuare a esistere devono costantemente apprendere ad apprendere, poiché il futuro è imprevedibile. FLUX, ovvero Fast (veloce), Liquid (liquido), Uncharted (inesplorato), EXperimental (sperimentale), è il framework, coniato da Timothy Tiryaki, che non vuole solo fotografare la realtà o semplificarla: chiama all’azione, o meglio, alla trasformazione. In questa prospettiva, il modello FLUX rappresenta il passaggio dal semplice sopravvivere nel cambiamento, all’attiva navigazione e formazione del futuro.

        Di fronte alla complessità, molte organizzazioni reagiscono ampliando l’elenco delle competenze: nuove skill, nuovi programmi, nuovi strumenti.
        Se l’imprevisto, per definizione, non è gestibile con gli strumenti che abbiamo già, si può fronteggiare semplicemente aggiungendo attrezzi alla cassetta? E se fosse la cassetta stessa, rigida e predefinita, a non essere più adeguata? Non il numero degli strumenti, ma il modo in cui scegliamo, usiamo e diamo senso a ciò che mettiamo dentro.
        Se limitiamo upskilling e reskilling alle sole competenze tecniche, potremmo rischiare di offrire una soluzione parziale a un cambiamento che in realtà è molto più profondo.

        Perché formarsi non è solo “funzionare” meglio o acquisire competenze spendibili nel lavoro, è anche costruzione del sé. In questo senso, l’employability passa da un concetto che considera lo sviluppo solo con uno scopo organizzativo, ad uno che tiene conto anche del benessere individuale e dell’identità personale.
        Porre le persone al centro delle strategie aziendali implica un investimento concreto sulla produttività. Nel “FLUX del lavoro contemporaneo”, il benessere non dovrebbe essere considerato un premio, ma la condizione che rende le persone realmente orientate all’apprendimento e quindi capaci di agire e stare nel cambiamento.

        Dall’individuo al gruppo: come costruire conoscenza

        Cosa significa davvero apprendere? Le informazioni diventano nostre quando le viviamo, meglio ancora se con qualcuno. Questa è la provocazione che Nonaka e Takeuchi rilanciano ne L’impresa saggia (2019) e già prima in The Knowledge‑Creating Company (1991), inserendosi in una riflessione che attraversa da tempo il pensiero organizzativo e che diversi autori e autrici hanno contribuito a sviluppare negli anni.

        Nel loro modello SECI (Socializzazione, Esternalizzazione, Combinazione, Interiorizzazione), la cura delle relazioni e degli spazi di condivisione della vita lavorativa, sono strumenti fondamentali da avere in mente sia per apprendere, sia per innovare. Se le conoscenze che abbiamo restano interiorizzate e non vengono condivise o socializzate, allora anche la rielaborazione della conoscenza stessa non avviene. Questo ostacola sia lo sviluppo individuale ed organizzativo. Tutto ciò che impariamo nella vita, nello studio e nelle esperienze “chiuso dentro di noi” e non viene condiviso, rischia di perdere vitalità.
        Senza lo sguardo degli altri fatichiamo a rileggere ciò che abbiamo vissuto e a rielaborare ciò che sappiamo. Così facendo, togliamo agli altri la possibilità di intrecciare le loro conoscenze con le nostre.

        Al lavoro, prima ancora che qualcuno apra una presentazione, scriva una procedura o condivida un documento, accade qualcosa di più sottile e più potente. Le persone si osservano, si siedono allo stesso tavolo, affrontano un problema insieme, magari condividono un caffè a fine riunione. In quei momenti, quasi senza accorgersene, si trasferiscono elementi che nessun manuale potrebbe contenere: intuizioni, abitudini, modi di ragionare, sensibilità sviluppate nel tempo. Questa è cultura organizzativa: l’insieme di valori, comportamenti e pratiche che si trasmettono informalmente tra colleghi. La conoscenza tacita, ad esempio, è quel sapere non scritto che emerge quando un team affronta le sfide quotidiane senza bisogno di istruzioni, come il modo in cui si risolvono problemi complessi o si affrontano emergenze. Questo scambio invisibile spesso porta a soluzioni più rapide, a una maggiore collaborazione e a un ambiente di lavoro più coeso, contribuendo concretamente al successo dell’organizzazione. Per questo i team che lavorano insieme da tempo si capiscono con uno sguardo, e che un nuovo membro, per quanto brillante, ha bisogno di tempo per entrare nella cultura, non tanto per imparare le procedure.  Nel momento stesso in cui stiamo articolando un pensiero, lo raccontiamo, stiamo rielaborando quel concetto comprendendolo in maniera differente. Il dialogo e le relazioni accentuano questo processo. Le nostre conoscenze, grazie all’interazione con l’altro, si combinano producendo qualcosa che prima non esisteva.

        I neuroni specchio si attivano quando osserviamo gesti, espressioni ed emozioni altrui, come se li stessimo vivendo in prima persona. Prima ancora di capire qualcosa con la mente, il corpo lo ha già registrato: la cosiddetta Embodied Cognition ci ricorda che un laboratorio, una camminata, persino una discussione accesa, lasciano tracce più profonde di un video o di una presentazione. Pensiamo con tutto il corpo e Mary Helen Immordino-Yang ha mostrato che il coinvolgimento emotivo è fondamentale per un apprendimento duraturo, senza di esso i contenuti transitano e non lasciano traccia. Un contenuto diventa nostro quando lo viviamo, quando lo sperimentiamo in un contesto reale, quando lo confrontiamo con chi la pensa diversamente. Per questo la componente biologica e corporea di cui siamo fatti si realizza pienamente nella nostra capacità di intessere relazioni.

        Non bastano la quantità di informazioni ricevute, ma le relazioni sono il presupposto perché il pensiero si possa esprimere in tutta la sua potenza.
        Lewin lo aveva intuito già negli anni Quaranta proponendo il gruppo come spazio condiviso tra individuo e collettività. Nonaka e Takeuchi hanno ripreso questa intuizione portandola dentro le organizzazioni, chiamandola spirale della conoscenza: parte dall’individuo, passa per le relazioni, trasforma l’organizzazione. Corpo, esperienza diretta, relazione, e gruppo devono diventare il metodo, non solamente una leva per ingaggiare le persone. Il gruppo può essere il ponte, funzionare come strumento di apprendimento perché pone le persone di fronte all’incertezza, al conflitto, all’esposizione reciproca del non sapere.
        Siamo esseri mancanti, gettati nel mondo con le nostre fragilità; ed è proprio perché l’incontro con la diversità porta consapevolezza, che misurarsi con essa risulta così difficile. Le condizioni esterne, la difficoltà e la diversità, ci pongono di fronte alla nostra incapacità di controllare e gestire l’incertezza, il cambiamento, il FLUX.

        Per concludere, un invito al dialogo 

        Bisognerebbe chiedersi: la nostra organizzazione crea le condizioni, gli spazi, affinché le persone possano ancora non sapere, sperimentare, sbagliare, confliggere e imparare insieme? Quante volte alla fine di una riunione ci chiediamo: cosa abbiamo realmente imparato da quello scambio?

        Perché le persone “non possono essere davvero al centro”, se il contesto non le accompagna. E non ci sarà apprendimento, se non si crea il contesto per favorirlo nelle persone. Lewin avrebbe parlato di campo psicologico di gruppo, Nonaka e Takeuchi parlano dei “ba”, che in giapponese si traduce letteralmente come luogo o spazio. Le organizzazioni possono creare un “ba” in molti modi (es. nei coffee corner, durante eventi aziendali, riunioni e gruppi di lavoro, con la formazione…) e le persone che vi partecipano, potranno condividere informazioni, coltivare relazioni “qui ed ora”. È l’inizio di un cambiamento in cui le persone co-costruiscono la cultura organizzativa da protagoniste. Così facendo, ogni membro apprenderà qualcosa anche su di sé, perché vedrà sé stesso in relazione agli altri in quel “ba”. La formazione in azienda può ricoprire questo ruolo creando contesti e spazi favorevoli all’apprendimento.

        Tempi instabili non chiedono persone che si lasciano trasportare dal vento e trascinare dal FLUSSO, ma persone radicate che sanno da dove vengono e dove vogliono andare. Chi regge davvero la complessità esterna sono quelle persone che hanno imparato a stare con la propria complessità interna. Chi si conosce riesce ad aprirsi al dialogo e alla tolleranza, non nonostante la propria identità, ma grazie ad essa. Vivendo in un tempo che non offre punti fermi, la risposta non è trovarne uno fuori, ma scoprire dentro di sé cosa “regge”. Custodire la propria identità, conoscere la propria storia, desideri, finalità, apprendere chi siamo.

        In tempi instabili, non sono richieste persone che si lasciano trasportare dagli eventi, ma individui saldi che conoscono le proprie origini e i propri obiettivi. Coloro che riescono ad affrontare la complessità del mondo esterno sono spesso quelli che hanno imparato a gestire la propria interiorità. Una profonda conoscenza di sé permette di dialogare e di essere tolleranti, non a dispetto della propria identità, ma proprio grazie ad essa. In un’epoca senza certezze, la soluzione non è cercare stabilità all’esterno, ma scoprire cosa ci sostiene dentro. È importante custodire la propria identità, conoscere le proprie radici e comprendere chi siamo davvero.

        💬 Arrivati a questo punto, non rimane che chiederci: cosa abbiamo imparato oggi da questo spazio?

        #flux #apprendimentoContinuo #learningOrganization #leadership  #benessereOrganizzativo


        IMPRESA E LAVORO: COSTRUIRE VALORE INSIEME

        13 aprile 2026 | 14.30  | Assolombarda |Sala Camerana | Via Pantano 9, Milano

        Introduzione e saluti istituzionali, Marta Spinelli, Vicepresidente con delega Welfare, Sicurezza sul lavoro e Relazioni Industriali Assolombarda

        La Partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa:

        – L’ambito culturale, giuridico e valoriale (Marco Carcano – ISMO)
        – L’ambito delle Relazioni Industriali e della formazione congiunta (Roberto Ferrari – ISMO)
        – La finalità di miglioramento della produttività e del benessere attraverso la Partecipazione (Luciano Pero)

        Il miglioramento della motivazione, dell’appartenenza, della produttività, del benessere: 

        Giovanni Abimelech, Segretario Generale CISL Milano Metropoli
        Luca Stanzione – Segretario Generale della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano
        Salvatore Monteduro – Segretario Confederale Responsabile UIL MILANO e LOMBARDIA
        Stefano Passerini – Direttore Settore Lavoro, Welfare e Capitale Umano

        Panel coordinato da Ludovica Ravizza – ISMO

        CLIC QUI per ISCRIVERSI

        TRASPARENZA RETRIBUTIVA: Direttiva UE 2023/970

        di Roberto Ferrari e Matteo Masciale

        COSA SERVE PER ESSERE PRONTI?
        Trasformiamo gli obblighi ed i vincoli in output a valore
        Il Legislatore Europeo ha scelto di contrastare il persistente divario retributivo di genere con la Direttiva 2023/970, lasciando poi ai singoli Stati dell’Unione i passaggi successivi finalizzati a recepirne il contenuto nelle specifiche architetture normative.
        Il Governo italiano ha predisposto una bozza del Decreto per la discussione nelle Commissioni Parlamentari e si presume che le scadenze verranno rispettate.
        La data del 7 giugno 2026 rappresenta un vero spartiacque; infatti, da quel momento tutte le organizzazioni del lavoro in Italia sia pubbliche, che private dovranno adeguarsi alle nuove regole. Abbiamo perciò ancora un po’ di tempo per prepararci: ma cosa serve per essere pronti?

        Intanto è bene precisare che la nuova Direttiva sul versante culturale e dei comportamenti scardina uno dei tabù più radicati del mercato del lavoro italiano (e del contesto business di matrice latina/mediterranea più in generale): la riservatezza sulla busta paga. I lavoratori avranno il diritto di richiedere e ricevere per iscritto informazioni sul livello retributivo medio, ripartito per sesso, per le categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. È chiaro quanto possa essere dirompente per uno specialista HR o per un HR manager individuare lavori di pari valore, cercando un approccio totalmente oggettivo-neutrale. Ciò potrà comunque essere considerato un notevole stimolo per la ricerca della maggior oggettività possibile e della neutralità. Sarà quindi possibile affrontare tutte le differenze presenti nelle organizzazioni (generazione, etnia, disabilità, seniority).

        Come è facile prevedere non si tratterà solo di fornire dati, numeri, curve o quadranti, ma di gestire nella sua interezza e complessità il clima aziendale. La fine di fatto del segreto retributivo imporrà alle Direzioni Risorse Umane una preparazione senza precedenti: dovranno per un verso essere capaci di giustificare le differenze retributive basandosi su criteri oggettivi (performance, esperienza, ruolo ricoperto, competenze) al fine di evitare che la trasparenza si trasformi in un focolaio di conflittualità interna e parallelamente essere pronti a gestire inevitabili momenti di tensione interna tra i singoli lavoratori o tra i lavoratori e la Direzione aziendale.
        Dovranno essere rapidamente superati modelli organizzativi o prassi gestionali basati sulla soggettività o sull’acritica trasposizione dei contenuti dei vari CCNL di Categoria nella vita e nelle scelte aziendali. Sarà opportuno quindi mappare ruoli e responsabilità con metodologie di Job Profiling e Job Evaluation rigorose. In assenza di “pesi” definiti, risulterà pressoché impossibile giustificare legalmente o gestionalmente i differenziali retributivi davanti ad un eventuale audit o contenzioso o semplicemente per rispondere ad una richiesta della Linea manageriale.  

        La Direttiva, oltre che sul versante meramente organizzativo, interviene inoltre anche sul processo di Recruiting&Selection: una delle novità più immediate, infatti, riguarda il divieto esplicito rivolto ai datori di lavoro di chiedere ai candidati informazioni sulla loro storia retributiva (diventa completamente out la richiesta in fase selettiva di copia di uno o più cedolini, ecc.). Parallelamente, le aziende dovranno invece indicare la fascia retributiva iniziale (o il relativo range) già a partire dall’annuncio di lavoro o comunque prima del primo colloquio conoscitivo con il candidato. Anche questa è indubbiamente una sfida rilevante per i Professional recruiter abituati ad utilizzare KPI connessi ai trend retributivi e – a volte – a dubitare delle informazioni trasmesse dai candidati in termini di package retributivo.

        Parliamo quindi di un vero cambio di paradigma anche nel Talent Acquisition. La negoziazione non potrà più basarsi sull’asimmetria informativa o sullo “sconto” rispetto alla retribuzione precedente del candidato. Il budget per una posizione dovrà essere solido, condiviso e predefinito, spostando il focus dal “prezzo” della persona al “valore” della posizione nel mercato e in azienda. In tal modo anche le capacità negoziali in fase di selezione del singolo candidato rispetto al recruiter di turno troveranno sempre meno spazio, a tutto vantaggio della  trasparenza e linearità dell’intero processo.
        Le Direzioni Risorse Umane saranno anche chiamate a garantire l’efficacia e la costanza nel tempo del rispetto dei meccanismo di monitoraggio che la Direttiva prevede: se infatti il rapporto sui divari retributivi di genere evidenziasse una differenza superiore al 5% (per lavori di pari valore) in una qualsiasi categoria di lavoratori, e tale divario non fosse giustificato da criteri oggettivamente giustificabili e rilevabili, l’azienda sarà obbligata a procedere ad una “valutazione congiunta delle retribuzioni” con il coinvolgimento obbligatorio dei rappresentanti dei lavoratori.

        Anche questo ulteriore tassello concorre a registrare quindi un cambiamento significativo nella cassetta degli attrezzi professionali della Direzione Risorse Umane. Colmare un gap superiore al 5% non sarà più solo una scelta etica o di Employer Branding, ma un obbligo correttivo, rafforzato da un coinvolgimento diretto delle Parti Sociali.
        Saranno quindi indispensabili le analisi di Pay Equity interno collegate ad Azioni e Piani di Comunicazione Interna e di Marketing esterno.

        Se, come abbiamo già argomentato, cambia il paradigma del processo di Recruiting&Selection quanto quello del Talent Acquisition, non meno impattanti sono gli effetti pratici sul Development Department in termini di Attraction&Retention nonché sul processo di Relazioni Industriali, sempre meno ispirato a criteri antagonistici e sempre più orientato verso logiche e modelli partecipativi.
        È nostro parere che la Trasparenza Retributiva non possa essere considerato un mero adempimento di compliance, ma una chance molto rilevante per contribuire a costruire finalmente una cultura aziendale fondata sul merito e sulla fiducia.

        Oggi, più che in passato, appare infatti evidente che il valore di un’azienda si debba misurare anche dalla capacità di spiegare ai dipendenti, con dati alla mano, criteri e metodi delle politiche e dinamiche retributive.
        In un contesto competitivo dove le persone cercano comprensibilmente chiarezza ed equità, il silenzio e la cattiva gestione rappresentano nei fatti un costo che nessuna organizzazione può più permettersi di sostenere.

        La domanda con cui ci piace chiudere questo nostro breve viaggio sugli effetti pratici della Direttiva Europea sulla Trasparenza Retributiva non è SE saremo trasparenti, ma SE – a cominciare da noi HR – saremo pronti a rendere pubblico il nostro algoritmo del valore del compenso (tangibile e intangibile) e del benessere personale e organizzativo delle risorse umane. A volte anche i vincoli normativi, ad esempio questa direttiva, possono davvero rappresentare un’opportunità.

        Ti interessa questo tema? Ti aspettiamo al nostro workshop  “TRASPARENZA SALARIALE: effetti ed impatti della direttiva europea 2023/970 nelle organizzazioni” per un confronto aperto tra imprese, associazioni e parti sociali.

        Partecipazione gratuita, iscrizione obbligatoria fino a esaurimento posti. 🔗 Iscrizioni al link


        TRASPARENZA RETRIBUTIVA: effetti ed impatti della direttiva europea 2023/970 nelle organizzazioni

        24 marzo 2026 | 16.30 – 18.30  | SPAZIO IDEA Via Lanzone 36 Milano

        Benvenuto e introduzione ai lavori | Andrea Volpe ISMO
        L’ambito giuridico e i vincoli normativi ad oggi conosciuti | Antonella Lo Sinno Studio legale Daverio&Florio
        Gli aspetti istituzionali e organizzativi | Matteo Masciale ISMO
        Gli aspetti valoriali e culturali | Roberto Ferrari ISMO

        ALCUNE VISTE SUL TEMA
        coordina il dialogo Ludovica Ravizza – ISMO
        Aldo Messedaglia – Assolombarda
        Cora Prussi – CISL
        Luigi Benedetto – Petronas
        Filippo Cannavò – Alveria

        Q&A | Conclusione dei lavori | Aperitivo di networking

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